domenica 19 luglio 2009

Diciassette anni dopo Via D'Amelio

Proprio come oggi, in una calda domenica di diciassette anni fa, il giudice anti-mafia Paolo Borsellino decise di recarsi in via D'Amelio per far visita all'anziana madre, come avveniva spesso. Quel giorno, però, fu l'ultimo. Le sirene della sua auto e di quelle della sua scorta suonarono per l'ultima volta in quel tragico pomeriggio di diciassette anni fa. Era una domenica di luglio e, si sa, a Palermo in questo periodo fa caldo. Tante famiglie quel giorno si trovavano al mare, ad osservare la freschezza delle onde, ad ascoltare il richiamo di qualche gabbiano, ma improvvisamente un boato... e sei vite spezzate, dodici occhi che da quel giorno non avrebbero più osservato le onde e dodici orecchie che non avrebbero più ascoltato il richiamo dei gabbiani.

Fu una Fiat 126 a togliere la vita al giudice Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta, Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo.

Paolo sapeva di dover morire assassinato, lo aveva sempre saputo, dal primo momento che entrò in campo in questa micidiale partita e ne ebbe la assoluta conferma il 23 maggio 1992, quando perse la vita il suo amico e collega Giovanni Falcone, nella Strage di Capaci. Paolo avvertiva la vicinanza della morte, della sua fine; "ho poco tempo" ripeteva sempre. La certezza di dover morire, però, non lo buttò giù abbastanza perchè egli continuò a lavorare più intensamente di prima, senza sosta, fece il possibile per dare ancora un grosso contributo allo Stato. Lo Stato...

Paolo Borsellino non aveva paura della morte.

"E' normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti", disse una volta. Probabilmente Paolo aveva paura, ma il coraggio era molto più forte del timore, tanto più incisivo da renderlo un eroe che non si è tirato indietro neanche davanti alla morte.

Non dimenticherò mai il suo sguardo, anche se lui già non c'era più alla mia nascita. Lo sguardo intenso di uomo che ha donato la sua vita al perseguimento di uno scopo: la giustizia.



Due bambini che giocavano a calcio insieme nell'oratorio della Kalsa si erano separati, tanti anni fa, per seguire la propria strada, due vie che il destino ha voluto rendere un'unica autostrada, un unico cammino, che ha riportato quei due bambini, diventati uomini, nuovamente insieme. E come separare due anime potenti come le loro, come impedire a due grandi cuori di ritrovarsi per battere all'unisono! Non si potevano separare Giovanni Falcone e paolo Borsellino, Dio li aveva mandati quaggiù per compiere la stessa missione, due angeli che si sono dibattuti e hanno inciso una traccia profonda in queste nostre maledettissime terre. La mafia, con il tritolo, nei mesi caldi del 1992 li aveva separati di nuovo, ma, proprio come due pesciolini che non sopravvivono a lungo l'uno alla morte dell'altro, i ragazzi della Kalsa si sono ritrovati, questa volta in un luogo più bello, riservato agli eroi, nel Regno dei Cieli.


Purtroppo però, è bene ricordare non solo il grandioso uomo che era Paolo Borsellino, non solo i suoi ideali e il suo temperamento eccezionali, ma anche le cause della sua morte, da non ricercare solo in un agguato mafioso. Dietro la morte del giudice, si celano ancora tanti misteri. Innanzitutto la scomparsa dell'agenda rossa di Borsellino che, subito dopo la strage, "scomparve".

Riporto un articolo del sito web http://www.19luglio1992.com/, gestito da Salvatore Borsellino, fratello del giudice scomparso che oggi vuole opporre resistenza alla scomparsa della giustizia.


MILANO - «Vju viniri ‘na cavalleria chistu è mè patri chi veni pi mia! Signuri patri, chi vinistivu a fari? Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari. Signuri patri, aspettatimi un pocu, quantu mi chiamu lu me cunfissuri». A memoria Salvatore Borsellino recita i versi de La baronessa di Carini.
La leggenda di Donna Laura Lanza è una storia siciliana i cui luoghi, il sangue, il dolore e il tradimento ricorda le più moderne storie di mafia. Il fratello del giudice Paolo Borsellino promette: «Quando smetterò di lavorare farò il cantastorie». Intanto racconta la storia del fratello: il giudice Paolo Borsellino, morto il 19 luglio 1992 a Palermo con gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è Antonino Vullo.

LA RABBIA - Impressionante la somiglianza dell'ingegnere Salvatore Borsellino con il fratello giudice antimafia. Sembrano due gocce d'acqua. Anche la voce sembra uguale. Salvatore, trasferitosi a Milano 27 anni fa, parla per «rabbia» dal suo studio in un ufficio alla periferia della città. Siede alla scrivania sotto la famosa foto di Toni Gentile dove Paolo e Giovanni Falcone si parlano sottovoce e sorridono. Dopo un silenzio mantenuto per sette lunghi anni, fino a quando la madre era in vita, Salvatore adesso parla. Anzi urla: «Mio fratello sapeva della trattativa tra la mafia e lo Stato. Era stato informato. E per questo è stato ucciso. La strage di via D'Amelio è una strage di Stato. Pezzi delle istituzioni hanno lavorato per prepararla ed eseguirla. Adesso che la verità sulla strage si avvicina, spero solo che non siano gli storici a doverla scrivere. Bensì i giornalisti. Io tra non molti anni raggiungerò mio fratello Paolo e non so se riuscirò a leggerla sui giornali».
LO SCENARIO - E disegna lo scenario di quel maledetto 19 luglio 1992. E inizia a sciorinare i dubbi e gli indizi. Tutto quanto è venuto a galla dai vari processi sparsi in giro per l'Italia di cui i giornali «parlano poco», dice lui. Innanzitutto le omissioni: la richiesta di negare l'autorizzazione alle auto a posteggiare in via D'Amelio è rimasta inevasa. Poi la telefonata del giudice alla madre che annunciava il suo arrivo in via D'Amelio intercettata dalla mafia. Il ruolo di Bruno Contrada e dei servizi segreti civili presenti a Palermo al momento del botto. L'incredibile sparizione dell'agenda rossa e il ruolo del capitano Arcangioli. Il castello Utveggio che domina il ruolo dell'esplosione. E, infine l'attacco all'onorevole Nicola Mancino che dice di non aver incontrato l'1 luglio del 1992 il giudice Borsellino: «Una menzogna - incalza Salvatore-. Mancino dice addirittura che non conosceva mio fratello. Come faceva il neo ministro dell'interno a non conoscere il giudice presente ai funerali di Falcone e che appariva in tutti i tg nazionali? La verità è che da quell'incontro mio fratello uscì sconvolto come testimonia il pentito Gaspare Mutolo». Ma l'onorevole Mancino smentisce la ricostruzione di Salvatore Borsellino e precisa la sua posizione attraverso una lettera al Corriere nella quale respinge le accuse e dice che Borsellino spaccia sempre come vera «una citazione monca».
IL PAPELLO - Intanto documenti inediti sono stati depositati giovedì da Massimo Ciancimino (figlio di Vito, ex sindaco di Palermo in odore di mafia morto alcuni anni fa) ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Il dichiarante ha consegnato al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e al sostituto Nino Di Matteo carte che sarebbero state di suo padre Vito Ciancimino, morto nel 2002. Il verbale di interrogatorio e di acquisizione atti è stato secretato. Nei giorni scorsi Ciancimino jr aveva annunciato che avrebbe consegnato ai magistrati il «papello», il foglio sul quale Totò Riina avrebbe stilato la lista di richieste in favore di Cosa nostra, che sarebbe stata girata ad alcuni uomini delle istituzioni fra le stragi del 1992 di Falcone e Borsellino. Questo documento potrebbe provare l'esistenza di una «trattativa» fra la mafia e una parte delle istituzioni sui quali ha avviato un'inchiesta da diverso tempo la Dda di Palermo e sulla quale ha fornito molte dichiarazioni lo stesso Massimo Ciancimino.

NUOVE INCHIESTE - Sulla stessa vicenda sarebbero state avviate altre inchieste dalle procure di Milano e Firenze, legate alle stragi del 1993. Titolari di una di questa indagine sono il procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, e il sostituto di Firenze Giuseppe Nicolosi che hanno già interrogato più volte il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Lo stesso hanno fatto i magistrati di Caltanissetta sull'attentato a Falcone nella villa dell'Addaura. Ma, come sottolinea all'Adnkronos il procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, «è una vicenda troppo delicata», quindi «no comment». Lari insieme con i procuratori aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone hanno ascoltato l'ex ministro Vincenzo Scotti e l'ex premier Giuliano Amato per avere informazioni su alcuni agenti dei servizi segreti, ma su uno in particolare. Un uomo sfregiato, con una «faccia da mostro». Non si conosce il suo nome ma si sa che ha il viso deformato. A parlare di lui è stato, di recente, anche Massimo Ciancimino. Ciancimino junior ha spiegato ai magistrati che lo 007 sarebbe stato in contatto con il padre Vito da alcuni anni, fino alla cosiddetta «trattativa» che avrebbe voluto firmare il boss mafioso Totò Riina con lo Stato in cambio dell'abolizione del carcere duro. E proprio a pochi giorni dal 17° anniversario della strage di via D'Amelio il mistero sulla morte di Borsellino si infittisce sempre di più.

Nino Luca (Fonte: Il Corriere della Sera, 17 luglio 2009)
La lettera al Corriere di Nicola Mancino

Mancino: «Salvatore Borsellino fa sempre una citazione monca»
«Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo?»

ROMA - Egregio Direttore, nell’imminenza dell’anniversario della strage mafiosa di via D’Amelio nella quale caddero il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, mi trovo, mio malgrado, di nuovo messo sotto accusa da Salvatore Borsellino che, dopo un lungo silenzio di oltre dodici anni dall’accaduto, da qualche tempo crede di avere individuato una mia presunta responsabilità morale nell’attentato, che afferma ma non prova. Questa volta lo strumento usato per quella che non esito a denunciare come una aggressione personale, è una videointervista pubblicata oggi, senza che a me sia stata data l’opportunità di replicare, sul sito «Corriere.it».

Nella videointervista Salvatore Borsellino ripete senza modifiche le sue accuse. La ricostruzione dei fatti si ricava dall’interrogatorio che Gaspare Mutolo rese il 21 febbraio del 1996 nell’aula del processo celebrato a Caltanissetta per la strage di via D’Amelio. Senonchè Salvatore Borsellino cita sempre, e anche nel video riportato oggi dal Corriere.it, una sola parte di quella testimonianza, in cui il magistrato dice al pentito che deve allontanarsi per andare al Viminale. Sono in possesso delle pagine processuali. Sono un po’ lunghe. Cito, perciò, dal volume «L’agenda rossa di Paolo Borsellino», di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, ed. Chiarelettere, pag. 146. «Sai, Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, ma…manco una mezz’oretta e vengo». Salvatore Borsellino cita continuamente questa frase, ma mai ricorda quel che Paolo Borsellino disse allo stesso Mutolo al suo ritorno dal Viminale. Se proseguiamo nella lettura de «L’agenda rossa», nella stessa pagina 146, possiamo leggere il seguito del racconto di Mutolo: «Quindi (Paolo Borsellino) manca qualche ora, quaranta minuti, cioè all’incirca un’ora, e mi ricordo che quando è venuto, è venuto tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. Io, insomma, non sapendo che cosa (…) Dottore, ma che cosa ha? E lui, molto preoccupato e serio, mi fa che viceversa del ministro, si è incontrato con il dott. Parisi e il dott. Contrada…»

Dunque, è lo stesso magistrato a non confermare l’incontro con il ministro, ed è la stessa fonte – Gaspare Mutolo – a testimoniarlo. Ma Salvatore Borsellino fa sempre una citazione monca, e dà a me del bugiardo. Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo? Che cosa si sarebbero dovuti dire due persone che non avevano mai avuto rapporti tra di loro il primo giorno dell’insediamento di un ministro al Viminale? Che non si sarebbero dovute tenere trattative con la mafia? E chi le avrebbe tenute? Uno che proprio quel giorno era arrivato al Viminale per assumere la responsabilità di dirigere ordine e sicurezza pubblica? Via! Per ricondurre alla giusta dimensione l’atteggiamento di quel Ministro dell’Interno del governo Amato nei confronti della mafia, si ricostruiscano dalle cronache del tempo impegni, decisioni, azioni di contrasto contro la criminalità organizzata, applicazione dell’art. 41 bis, allestimento delle carceri di massima sicurezza dell’Asinara e di Pianosa, scioglimento di oltre 60 Consigli comunali inquinati dalla mafia e da altre organizzazioni malavitose: tutte iniziative portate avanti con fermezza ed intransigenza dal Ministro Mancino”.
Nicola Mancino
Vice Presidente del
Consiglio Superiore
della Magistratura



Serena Verrecchia

2 commenti:

cuzzetta ha detto...

Semplicemente un eroe..una delle poche persone che ha avuto il coraggio di intraprendre una battaglia anche sapendo che questa stessa sarebbe stata la suo condanna a morte..una battaglia che dopo di lui ben pochi hanno avuto il coraggio di continuare..e per questo penso he vada ricordato con ono..
ONORE AD UN GRANDISSIMO EROE

Serena Verrecchia ha detto...

Hai ragione Francy.. ONORE A PAOLO BORSELLINO!