giovedì 3 settembre 2009

Carlo Alberto Dalla Chiesa- Il Generale dei cento giorni

Carlo Alberto Dalla Chiesa era un uomo, ma ancora prima di essere un uomo, egli era un generale e, come succede per tutti quegli uomini che rivestono onestamente un'alta carica al servizio dello Stato, doveva mettere al primo posto il suo lavoro, il suo dovere. Seguendo questa semplice filosofia che viene, o almeno veniva, inculcata nella mente di ogni soldato che esercita in favore del suo Paese, Dalla Chiesa, come tanti altri, trovò la morte. Morì il 3 settembre del 1982 e non per mano di Dio. Qualcuno, quella notte, si mise al di sopra di Nostro Signore e si arrogò il diritto di spezzare tre vite. In via Carini, infatti, una sera di ben ventisette anni or sono, morirono, oltre al generale, sua moglie Emanuela e l'agente di scorta Domenico Russo.
"Il generale di ferro" lo chiamavano. Era un ottimo combattente, da aggiungere alla lunga lista di soldati antimafia, anche se era un pò diverso dai soliti nomi che capita di sentire quando si parla di lotta a Cosa Nostra. Dalla Chiesa non era siciliano, ma aveva avuto a che fare con la realtà dell'isola quando era ancora molto giovane, indagando, a Corleone, su Lucianeddu e la sua banda di viddani capeggiati del bastardo dei bastardi Riina. Dopo anni di esperienza in questo campo, il generale fu mandato ad eliminare un altro cancro del nostro Paese: il terrorismo con le Brigate Rosse. Ovviamente ebbe un grandissimo successo e il suo contributo nell'abbatimento di questo genere di criminalità organizzata fu essenziale. Poi, però, nell'82 lo Stato gli affidò un altro compito. Qualcosa si molto più delicato e spaventoso: la lotta a Cosa Nostra.
Chi, in quegli anni, lo mandò nella terra maledetta, la Sicilia, era già consapevole della fine che avrebbe fatto.
Sì, perchè un conto è fare la guerra ai terroristi, uomini spergevoli e folli che desiderano la caduta dello Stato, altra cosa è invece scontrarsi con il potere mafioso che con lo Stato ci stringe accordi. Le cose, come si nota, sono ben diverse.
Il Governo aveva un serio bisogno di un uomo forte e capace come Dalla Chiesa per sconfiggere un'organizzazione che lo minacciava, ma non avvertiva la stessa necessità per combattere la mafia.
Semplicemente il generale fu abbandonato in quella terra, fu gettato nelle fauci della belva, lasciato solo.
Atterrato a Palermo, Dalla Chiesa aveva affermato: "non guarderò in faccia a nessuno"; criminali di strada, boss, imprenditori o politici per lui non avrebbero fatto la differenza. In un altro contesto, in un altro mondo, sarebbe riuscito a sradicare persino la maniccia di Cosa Nostra, ne sono sicura, perchè il suo carisma, la sua forza e la sua determinazione avrebbero vinto sulla barbarie e sulla prepotenza. Purtroppo, però, il suo soggiorno in terra mafiosa durò solo cento giorni, un arco di tempo sufficiente a fargli capire che non avrebbe avuto lo stesso successo che aveva avuto con le BR, che era rimasto solo e che a coprirgli le spalle era rimasta solo la sua scorta e ad incoraggiarlo solo la sua famiglia. Un pezzo di etrambe le cose se ne andò con lui quella sera del 3 settembre del 1982.
Quell'anno gli italiani conquistarono una coppa del mondo, ma in via Carini persero una cosa molto più importante, persero la speranza di vedere un mondo migliore, un'Italia migliore.
Serena Verrecchia

2 commenti:

liscadpesce ha detto...

Ti faccio i miei complimenti per i tuoi blog!
E' bello sapere che ci sono ancora persone come te in giro...
Continua così!!!

Serena Verrecchia ha detto...

E' da un pò che non utilizzavo questo blog... Grazie mille per l'attenzione e per i complimenti. E' bello sapere anche che ci sono persone come te, attente a queste tematiche. A presto, ciao =)